Back to the top

Sottoterra

Un progetto editoriale da noi curato che vuole dare un nuovo punto di vista sulla scena underground e indipendente italiana, distruggendo le attuali omologanti dinamiche di aggregazione di brani e artisti.

20 brani di 20 artisti ogni mese. 1 copertina di un artista ogni mese diverso. 1 contenuto editoriale.

MAGGIO #2

Artwork di Luca Salvatori

Ai veterani dell'indie del 2035

di Alberto Tessariol, Dischi Sotterranei

Gli episodi più emozionanti della necessità romantica di appartenere a qualcosa, come la definisce Francesco Draicchio de Lo Stato Sociale in questo secondo numero di Sottoterra, sono spesso aneddoti di tante persone in poco spazio, se ci fate caso.
Spesso, quando collettiva, l’appropriazione stessa degli spazi è motivo di definizione e unione di cerchie sottoculturali.

Quello che ci chiediamo oggi è se, in un ipotetico 2035, chi ha vent’anni oggi (e ce ne sono tra i musicisti della playlist di questo mese) potrà raccontare sotto l’etichetta di punk – nel senso di brutale e verace sentimento senza fronzoli – l’aver pubblicato un singolo senza averlo mai suonato dal vivo, l’aver scritto un disco senza aver messo piede in sala prove. Chissà quali saranno, col senno di poi, gli appigli attorno ai quali i musicisti che stanno sbocciando in questi mesi si aggrapperanno per delineare qualcosa a cui decidere di fare parte o dalla quale disallinearsi.

Oggi le storie dei marinai navigati della scena iniziano con “Internet era praticamente inesistente” e narrano di piccoli luoghi super affollati, di pogo e sudore e di non aver bisogno di altro per appartenere a qualcosa.
Confrontiamoci con l’idea che un giorno inizieranno con “la possibilità di uscire e riunirsi era praticamente inesistente” e narreranno di aver passato un mese e mezzo da soli in una stanza con una connessione wi-fi e di non aver bisogno di altro per appartenere a qualcosa.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Tex (@alberto.tex) in data:

Sulla linea che non divide

di Furri Zucchini, Lo Stato Sociale

Per la definizione stessa del termine sono stato un teenager tra il 1995 e il 2005. In quegli anni, vuoi per le influenze dei nostri fratelli maggiori, vuoi per i canali di consumo disponibili, era molto frequente avere come riferimento culturale e di costume tutto ciò che permeava dalla musica.

Questa viaggiava nell’etere -sino ai tessuti delle nostre menti- costantemente abbinata alle immagini dei videoclip che le maggiori emittenti-tv musicali trasmettevano a nastrone tutto il giorno.

Internet era praticamente inesistente, non tutti ce l’avevano in casa, specialmente se abitavi in mezzo alla campagna. Praticamente non avevi scelta, assorbivi quello che c’era e ti formavi con quello che passava il convento. Ricordo nitidamente il video di 1979 degli Smashing Pumpkins, Buddy Holly dei Weezer, Learn to Fly dei Foo Fighters e poi Intergalactic dei Beastie Boys.

Ricordo Americana degli Offspring tra la prima manciata di dischi che acquistai nelle catene della grande distribuzione, ricordo festival giganteschi con decine di migliaia di sbarbi che saltavano e si sudavano addosso sulle note della, all’epoca celeberrima, colonna sonora di Mission Impossibile. Un’industria enorme con un indotto pazzesco che cominciava dalla TV e coinvolgeva radio, discografia, stampa, cinema ed eventi live. Era totale ed immersivo e tutto ciò creò in noi la voglia di farne parte, o almeno di fare parte di qualcosa, di esprimerci e di somigliare a quella cosa lì. Il dramma è che nessuno ci aveva detto che non si poteva, non ci volevano. Era l’industria a comandare.

Ricordo la prima volta che percepii ciò che per me era il bug del sistema. Intorno al 2000 la sensazione netta che qualcosa stesse sbordando fuori dal vaso.

I Beastie Boys pubblicavano con la loro etichetta discografica “semi-indipendente”, Grand Royal, che tra una miriade di artisti di successo -alcuni di questi anche piuttosto mainstream- firmarono la pubblicazione di un disco che per me cambiò tutte le carte in tavola per sempre: Relationship Of Command degli At The Drive-In.

Il loro videoclip di One-Armed Scissors passava in tv, a orari del cazzo ma passava in tv. Inevitabilmente diventò un successo per una certa fetta di pubblico e per alcuni rappresentò un primo riferimento di contro-cultura che già esisteva da anni ma che per noi sbarbi era inaccessibile ed invisibile.

Fecero un breve tour in Italia accompagnati da una band punk hardcore torinese, gli Encore Fou. Assistemmo ad un loro concerto al Vidia di Cesena e quella notte, in qualche modo, si segnò la fine del nostro rapporto con l’estetica di MTV.

Nel frattempo internet era cresciuto e così fecero anche i movimenti culturali indipendenti. Era più facile accedere alla musica e alla cultura in genere ed inoltre era più facile trovare i tuoi simili e relativi luoghi di aggregazione.

Contestualmente in città, per quello che per me era Bologna, c’era molto fermento soprattutto nell’ambiente punk. Potevi assistere a numerosissimi concerti di artisti internazionali ogni settimana semplicemente spostandoti tra l’XM24 e l’Atlantide e acquistare tra una varietà pressoché illimitata i dischi direttamente dalle distro in loco. Sentii parlare per la prima volta di DIY.

C’era Unhip Records, etichetta indipendente locale, che stava crescendo. Organizzavano rassegne in giro per i circoli e piccoli locali della città, tutto stava diventando una realtà piuttosto tangibile. C’era Underground, un negozietto di dischi in pieno centro, con un catalogo incredibilmente vario e molto specifico. Lì, nel 2005, ci fu una concerto pomeridiano a celebrare una sorta di festa d’anteprima per la pubblicazione di The Plural of The Choir dei Settlefish (Unhip) con apertura degli inglesi Hot Club de Paris. Così, praticamente in mezzo alla strada, del tutto illegale o quasi. Ad una certa arrivarono le forze dell’ordine e si dovette interrompere. Era un momento culturalmente molto florido infatti e, per noi 15-20enni del primo lustro dei 2000, questo contesto e le possibilità che ci dava significavano molto, o meglio, avevamo la sensazione che qualcosa stesse accadendo e per come avevamo percepito la situazione ci sembrava si fosse costituito un filo che connetteva direttamente Bologna a Washington e così per altri poli culturali. Magari ci sbagliavamo ma era bello pensarla così.

Se facevi parte di una band, non era difficile ottenere una base operativa al di fuori dell’Italia o addirittura dall’Europa se quello che ti interessava era fare tour internazionali ed era anche ragionevole pensarlo. Logisticamente era possibile e non era strettamente una questione di opportunità economica in sé, quanto di “giro” e di rapporti che coltivavi.

Esisteva effettivamente un mondo, soprattutto quello legato al punk, in cui le band realizzavano tour piuttosto ampi ed economicamente “onerosi” in maniera del tutto autonoma semplicemente attraverso i rapporti umani, dallo scambio costituito dalle economie di sostentamento di base, alla cooperazione sinergica tra le realtà che lo abitavano.

Alla fine dei conti eravamo ragazzini e di questo mondo ne respiravo soltanto l’aria. Non so se sia una risposta corretta alla domanda “Che cos’è la scena?”, di certo lo è per me. Tuttavia non credo che la costruzione di un identità culturale sia solo un vezzo sociale, piuttosto la risposta più esaustiva alla necessità romantica che hanno tutti di appartenere a qualcosa.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da FURRÏ ZUCCHINI (@frrzcchn) in data:

APRILE #1

Artwork di Samuele Canestrari

La mia prima fotografia della scena

di Alberto Tessariol, Dischi Sotterranei

Ai primi mille la compilation in regalo all’ingresso.
La magnifica cornice del castello di Ferrara e l’eccitazione di essere per la prima volta così lontani da casa in autonomia, in macchina.
Il doversi spostare dal main stage prima della fine dell’ultima canzone per non rimanere imbottigliati nel passaggio al second stage.
I Fine Before You Came che non suonano perchè uno di loro si era rotto un braccio.
I Uochi Toki coriacei con leggio difficilissimi da seguire soprattutto di pomeriggio sotto al sole.
Gli Zen Circus e Il Pan del Diavolo (con Moltheni alla batteria) che incendiano il second stage. La platea che canta a memoria pezzi che non conosco.
I Cosmetic che non sono proprio riuscito ad apprezzare o comprendere.
Nicola Manzan aka Bologna Violenta con la t-shirt con la scritta Mastrolindo con il font dei Metallica che fa le foto con i fan tutte rigorosamente con una mano sul pacco.
La maestosità di quella formazione del Teatro.
A fine serata, uscendo dal castello a frotte, il ragazzo che inciampa sulla base di un cartello stradale e rialzandosi esclama ‘è colpa mia’ imitando Capovilla e la conseguente risata di un centinaio di persone.
Era il 10 luglio 2010 e partecipavo a La Tempesta Sotto le Stelle. La prima volta che ho visto il filo che collegava tutti, la mia prima fotografia della ‘scena’.
Quel giorno avevamo tutti lo stesso modo di vivere la musica. Sbocciava un senso di appartenenza che avrebbe tenuto in piedi quella cosa per anni, per poi frammentarsi in tendenze diverse e soprattutto slegate da una singola etichetta così egemone. Alcuni eventi, per un misto di contingenze e intenzioni, hanno il potere di fotografare lo stato dell’arte di quello che prosaicamente chiamiamo panorama indipendente italiano. Naturalmente le vecchie fotografie si impregnano di significato col passare degli anni, con la distanza malinconica di un punto di osservazione più in avanti nel tempo. Ogni dettaglio, a riguardarlo, evoca ora storie che nel momento in cui è stato immortalato non poteva raccontare.
I FBYC che saltarono anche l’anno successivo a Villa Tempesta e non riuscii mai a vedere nel tour di quell’album seminale e capostipite che è stato Sfortuna.
Una pacatissima chiacchierata a tema tassidermia con Napo dei Uochi Toki in un backstage cinque anni dopo.
Andate tutti a fanculo e Sono all’osso poi consumati e imparati a memoria.
L’amore per Conquiste dei Cosmetic due anni dopo, un bisticcio telematico con Bart, due concerti in apertura e la pace fatta, l’aver pubblicato Core con la mia etichetta sette anni dopo.
Quella formazione del TDO durata troppo poco, e il nostro disco prodotto da Tommaso Mantelli quattro anni dopo, con un cameo di archi di Nicola Manzan nel pezzo conclusivo.
L’ultimo concerto della mia band con Bologna Violenta in apertura, sette anni dopo quella serata.
Il resto è storia.

Sottoterra continua su Spotify

© Big Maff / Dischi Sotterranei 2013 - 2020