Anche io, come molti altri che hanno già scritto qui sopra, ho la mia bella quota di racconti di epiche scene underground, festival organizzati letteralmente con niente, concerti tirati su senza avere la minima idea di come si faccia, trasferte estenuanti solo per vedere 40 gloriosi minuti di show, musicisti messi a dormire nella stanza da letto dei miei mentre loro (santi) si dovevano trovare un’altra sistemazione last minute. E di come tutto questo mi abbia regalato amiche e amici per la vita, mi abbia insegnato tantissimo sia dal punto di vista umano che professionale e, cosa più importante, mi abbia reso davvero felice.

Eppure ho sempre provato una certa noia, quasi fastidio, nel leggere i racconti dei bei tempi che furono. Mi dà l’idea di qualcuno che si è rassegnato a rivivere continuamente il passato perché curiosare nel presente è diventato troppo difficile: non dice più niente. Mi dà l’idea di qualcuno che crede che quei racconti incredibili, quella sensazione di essere al centro del mondo (anche se non era vero), siano unici e non più replicabili.
Mi mette un po’ a disagio anche perché è un comportamento che associo istintivamente a tutti quegli over 35 che, quando avevo vent’anni io e vivevo felice la mia “scena”, la snobbavano con aria di superiorità. Insomma è il vecchio solito conflitto tra nuova leva e vecchi tromboni, che trovo sia particolarmente aspro quando di mezzo c’è la musica e tutto quello che le accade intorno e che – per rimanere in tema di bei tempi che furono – fu già magistralmente raccontato dagli LCD Soundsystem in quell’inno che è “Losing my edge”.

A differenza dei vecchi tromboni che ho conosciuto quando ero piccola, però, io sono esposta di continuo a meme che mi ricordano che sto velocemente entrando nelle loro fila.

E così ogni giorno cerco di ricordarmi di fare spazio alle nuove scene (anche se, com’è normale che sia, non le capisco e non mi dicono assolutamente niente), e magari anche di sforzarmi di riconoscerci dentro la stessa urgenza e voglia di creare e stare insieme di cui ho goduto quando toccava a me. Perché una cosa è sicura: cambiano i suoni e gli stili, cambiano gli spazi e i modi di comunicarlo, ma quel fuoco continua a bruciare sottoterra anche quando sembra spento per sempre.

Non è nemmeno ora di pranzo ed è successo anche oggi: apro il computer e mi appare un meme con la scena di “Mamma ho perso l’aereo” in cui Macaulay Culkin seduto su una panca in chiesa parla con il vecchio barbone. La didascalia recita: “Me explaining The Strokes to zoomers”.

 

Nur Al Habash (Giornalista musicale, manager di Italia Music Export, radio host di Polaroid alla radio e Disco Simsim)

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